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Progetto per un testo teatrale in occasione dell'anniversario della morte di Francesco Vinci, ucciso dalla 'ndrangheta per errore e diventato il simbolo di una lotta per la legalità e la normalità.

 

Titolo: C’era un ragazzo che come noi…

Regia: Antonio Salines

Interpreti: Walter Cordopatri – Cristina Sarti – Coro di giovani

Drammaturgia: Barbara Baroni

Durata: 60’ circa

 

Era il 10 dicembre 1976 quando l’Ansa batté l’ennesimo fatto di sangue da Cittanova, nel cuore dell'Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria: “Alcuni sconosciuti hanno sparato con un fucile a canne mozzate da un’auto in corsa contro Francesco Vinci, diciottenne. Il giovane è morto poco dopo all’ospedale”.

Sul palcoscenico, a raccontare e ricordare questa vicenda ci sono quattro personaggi: Francesco Vinci soprannominato Ciccio, la madre, il coro fatto di giovani ragazzi e una ragazza misteriosa.

 

Francesco racconta quel che è stato e quel che non è potuto diventare: le sue lotte, l'impegno nella FGCI, la scuola; e insieme i suoi sogni, a partire da quello di una Calabria senza 'ndrangheta e di un territorio, il suo, che in qualche modo vorrebbe vedere libero dalla tela intessuta dal ragno più velenoso. Il monologo di Ciccio viene, di volta in volta, interrotto dal coro che chiede, incalza, stimola, avverte in una sorta di dialettica, anche accesa, che rappresenta i dubbi, le paure di una giovinezza che si può ogni giorno infrangere nelle derive della violenza e della vendetta. Quello dei ragazzi del coro è, in fondo, il ritratto dei giovani di allora e di oggi che si ritrovano naturalmente dentro la ragnatela, quasi come se non avesse alternative di sorta. Tra i due si genera, talvolta, anche un contrasto che non deve essere semplicemente la solita lotta fra il bene e il male ma deve far toccare con mano come, attraverso la quotidianità, la criminalità organizzata sia un problema di tutti, nella misura in cui può annidarsi dentro ciascuno di noi. Un po' come diceva Giovanni Falcone a proposito della mafia: “La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione”.

La madre, in questo altalenante dialogo, si intrometterà, rispettando il suo ruolo, quello di una donna del sud dalla mente semplice ma saggia. Essa intercede con l'unico obiettivo di salvare la sua famiglia e i suoi figli da un mondo che pensa non la riguardi. Il personaggio della madre acquisterà tutta la sua levatura drammatica quando sarà chiaro che suo figlio è stato ucciso, così avrà inizio il monologo del dolore, della consapevolezza, della rabbia cieca. Si attaccherà a una giacca, la giacca che Ciccio indossava sempre.

Sarà la misteriosa donna, però, a condurre Ciccio lontano, per sempre. Con poche parole, pochi gesti e il fascino di un sogno proibito, lo prenderà per mano facendogli guadagnare la vita (o la morte?)….

Fuori scena, però, si comincerà a sentire il rumore delle migliaia di persone accorse al suo funerale e, dal fondo del palco, la madre si avvicinerà ai ragazzi del coro ai quali passerà la giacca di suo figlio come un cimelio, un ricordo e un passaggio di testimone affinché sia chiaro che la morte di Ciccio è servita, almeno, a risvegliare le coscienze.

 

                                                                                                  Barbara Baroni


 

 

Ricordo di Ciccio Vinci, vittima innocente della mafia, nel 40° anniversario della morte

 

C’era un ragazzo che come noi…

 

Produzione originale

ConWALTER CORDOPATRI e CRISTINA SARTI

Drammaturgia di Barbara Baroni – Video a cura dell’Associazione Cittanuova

Regia di ANTONIO SALINES

 

 

Il prossimo 10 Dicembre conteremo quarant’anni da quel maledetto 10 dicembre 1976 quando, a soli 18 anni “CICCIO” Francesco Vinci, giovane studente liceale perde la vita, vittima innocente della violenza mafiosa.

 

“C’era un ragazzo che come noi …”, vuole rappresentare un doveroso omaggio ed un sempre vivo ricordo di Ciccio, oltre che esprimere una pagina di teatro civile e della legalità.

 

L’opera teatrale drammaturgica allestita raccontandone la figura ed offrendone l’attualità del valore del suo messaggio alle nuove generazioni è, insieme, un invito alla riflessione e a coltivare il vizio della memoria.

 

Francesco aveva 18 anni e una grande voglia di vivere. Chi lo ha conosciuto lo ricorderà sempre per il grande impegno che metteva in ogni cosa, per la sua intelligenza, pronta e vivace, per la sua grande umanità, per la fiducia che il suo viso ancora da adolescente ispirava

 

Francesco,rappresentante nel Consiglio d’Istituto del Liceo scientifico, punto di riferimento del mondo studentesco di Cittanova e della Piana, impegnato nelle Leghe per l’occupazione ed in politica, era un giovane studente liceale che sognava un mondo nuovo e una società più giusta.

 

La Preside del Liceo Scientifico dell’epoca, Augusta Torricelli Frisina afferma: “Francesco Vinci non era soltanto un bravo studente, era anche un mio collaboratore. Veniva in Presidenza nella sua qualità di rappresentante degli alunni e mi sottoponeva mille questioni. Non trascurava nulla. Io sono in questa scuola da poco e mi sono dovuta chiedere perché fosse così stimato e ben voluto: la spiegazione l’ho trovata subito nel suo impegno, nella grande forza, nella serietà e serenità che dimostrava”.

 

La scelta di perpetuare il ricordo della figura di Francesco vittima innocente della mafia, riporta all’attualità una pagina tragica per i tanti amici di Ciccio che con lui condividevano l’ansia del cambiamento e assieme a lui si battevano per la sua affermazione, mai rassegnati alle ingiustizie e alla violenza.

 

La sua uccisione per mano della barbara e brutale violenza mafiosa ebbe un effetto dirompente e scosse profondamente le coscienze provocando nella comunità tutta, ma soprattutto, nell’universo studentesco e giovanile un vasto e inedito moto di reazione antimafia che coinvolse l’intera Piana di Gioia Tauro.

 

Come evidenziato da Sharo Gambino nel suo libro Dranghita: “Francesco Vinci era un giovane che sognava un mondo nuovo, una società più giusta; e la lupara gli spense insieme con la vista e il battito del cuore, quelle sane speranze, gli oscurò il luminoso orizzonte verso cui aveva affissato lo sguardo e l’intelligenza.

La sua morte riempì di sdegno l’opinione pubblica e scosse le coscienze di migliaia e migliaia di giovani studenti, che per le vie di Cittanova dimostrarono, esasperati e dolenti, per la morte di un loro collega, coinvolto anche lui, senza colpa e senza volontà, nella spirale di sangue”.

 

Per tanti ragazzi di quel tempo quella giovane vita spezzata significò impegno, precise scelte civili e politiche e, addirittura, ragione di vita, contro i disvalori della mafia e per poter vivere in una terra più giusta, più sicura e più libera.

 

Oggi, a distanza di quarant’anni, la lotta alla mafia rimane la priorità e l’affermazione della legalità e della giustizia rappresentano sempre più la premessa per poter affermare i necessari processi di crescita economica, sociale e civile delle nostre comunità locali.

 

Quel freddo inverno di quarant’anni fa, sembra un secolo, ma sembra anche ieri.

Ciccio è ancora oggi uno di noi. I suoi sogni, l’esempio e l’intenso impegno della sua breve vita continuano a rimanere scolpiti nelle nostre e nelle coscienze di tutti i sinceri e convinti sostenitori dei valori democratici, costituendo una illuminante stella polare nell’azione quotidiana per il presente e per il futuro.

 

Cittanova, 14novembre 2016